La famiglia e l'omosessualità

In una famiglia, la scoperta dell’omosessualità di un figlio o di una figlia oppure di un altro membro (es. genitore, zio), scatena spesso reazioni molto forti e talvolta provoca dolore e sofferenza molto grandi nei familiari che non sono pronti ad accogliere questa notizia.
La nostra cultura non “prevede” che una persona possa essere omosessuale e, di conseguenza, non prevede neppure che un figlio possa esserlo.
Ogni famiglia risponde a suo modo di fronte a questo tipo di realtà e talvolta si creano delle situazioni di disagio e di dispiacere molto forti.
Di seguito evidenzio – attraverso 6 domande con relative risposte - quelli che sono i comportamenti più diffusi dei ragazzi omosessuali in relazione alla famiglia e poi quelle che sono le reazioni più diffuse delle famiglie quando scoprono che il loro figlio è omosessuale.

1) Perché un figlio ad un certo punto sente il bisogno di rivelarsi in famiglia?

-Perché se non lo dice è considerato “altro” cioè eterosessuale per definizione.
-Per questioni di chiarezza nel rapporto con la famiglia.
-Per poter essere libero di esprimersi, raccontare, condividere.
-Per far si che non vi sia del taciuto e del non detto che può risultare pesante o che può passare per una forma di “riservatezza” o altro.

2) Perché un figlio sceglie di non dirlo?

-Prevalentemente perché teme di far soffrire i genitori.
-Teme il loro rifiuto.
-Teme di ricevere delle ritorsioni.
-Teme di deluderli e di perdere la loro stima e il loro affetto.
-Perché ritiene che la sfera affettiva e sessuale sia un fatto privato che non è necessario condividere con i familiari.

3) Quando è il momento giusto di rivelarsi alla famiglia?

Non esiste un momento giusto per dirlo. Ho avuto modo di notare che i ragazzi tuttavia aspettano di sentirsi pronti per farlo; aspettano il “momento giusto”.
Alcuni sostengono che non saranno mai pronti, altri sostengono che è il caso di aspettare e rinviano.
Alcuni ragazzi fanno in modo che i genitori capiscano da soli, magari lasciando riviste o altri segnali in giro per casa e, così facendo, tentano di risparmiarsi la fatica di dirlo e di far fronte alla loro prima reazione.
Alcuni prima “saggiano il terreno” e mettono alla prova i genitori sondando la loro possibile reazione facendo dei discorsi vaghi per vedere come reagiscono.
Quest’ultima “verifica” a volte delude perché non sempre corrisponde alla reazione reale; infatti succede spesso che, laddove i genitori si sono espressi in un contesto generale “aperti e tolleranti”, poi si sono dimostrati col figlio chiusi, mentre laddove si sono espressi chiusi poi si sono dimostrati aperti e disponibili.

4) In che modo una famiglia viene a sapere dell’omosessualità del figlio?

Anche questo aspetto varia da situazione a situazione, tuttavia i modi possono essere cosi raggruppati:
-Il figlio rivela la propria condizione di omosessuale.
-I genitori lo percepiscono e chiedono al figlio conferma (questo succede raramente).
-I genitori lo vengono a sapere per caso trovando riviste o lettere o altri segnali.
-Terze persone provvedono ad informare i genitori.
Sottolineo quanto, una rivelazione a mezzo di terze persone (ultima ipotesi elencata), possa essere una vera e propria violazione della privacy e quanto questa possa essere una vera e propria violenza che può causare dei grossi problemi soprattutto se il ragazzo si trova in una fase delicata nel suo cammino di coming out.

5) Come reagisce la famiglia quando si viene a sapere che il figlio o la figlia è omosessuale?

5a) Situazione in cui l’omosessualità è conosciuta-rivelata in famiglia.

Sensazione che “crolli il mondo”.
Spesso la prima reazione è proprio quella che stia “crollando il mondo”, come una sorta di “catastrofe” che si abbatte sulla famiglia.
Per quanto possa sembrare forte come espressione, molte volte la prima reazione è proprio questa. Tuttavia è una sensazione che si modifica nel tempo fino ad assumere una dimensione di “normalità” (o quasi normalità) o, quantomeno, raggiunge toni meno tragici e pesanti.

Preoccupazione.
La preoccupazione dei genitori spesso è quella che al figlio possa succedere qualcosa di molto brutto, cioè che sia discriminato e che possa soffrire a causa della “società”.
Quasi sempre i genitori ignorano che una persona omosessuale – a meno che questa non abbia problemi di auto accettazione o che abbia interiorizzato in modo forte l’omofobia - possa vivere una vita serena come tutte le altre persone.
Ignorano che esista una comunità gay costituita da locali come bar, discoteche, luoghi di ritrovo, circoli, associazioni, ecc., che favoriscono l’incontro e che permettono al figlio di inserirsi e di crearsi delle possibilità di conoscenze e di relazioni.
Temono che possa restare solo ed emarginato ed abbandonato da tutti.
In realtà loro stanno trasferendo sulla società la loro visione negativa e catastrofica dell’omosessualità, oltre che la loro non accettazione.

Perché non l’hai detto prima?
A volte, subito dopo la rivelazione, i genitori si lamentano che non sia stato detto prima e non sanno che il figlio aveva probabilmente la necessità di essere pronto, di essersi prima chiarito o, anche, di aver sondato come loro avrebbero potuto reagire.

Sensazione di estraneità.
Talvolta provano una sensazione di estraneità, come se non riconoscessero più il figlio, quando scoprono la sua omosessualità.
Questo dipende dal fatto che il figlio è sempre stato ritenuto in un altro modo e, sulla base di questo, si sono costruite su di lui varie aspettative che improvvisamente crollano.
Col passare del tempo questa sensazione di estraneità si attenuta e questo avviene quando il figlio viene riconosciuto in quanto tale anche se è omosessuale.

Imbarazzo e vergogna.
Il tabù dell’omosessualità, il senso del peccato e la convinzione che sia una “disgrazia”, permangono in modo forte nella nostra cultura e questo genera imbarazzo e vergogna e porta talvolta a tentare di “nascondere” questa realtà, affinché non si venga a sapere.

Delusione e sorpresa.
Spesso i genitori manifestano una sorpresa: “non ce l’aspettavamo” oppure “non avevamo mai pensato a questo” e la delusione: “avremmo voluto dei nipotini” oppure “avremmo voluto altro per te” oppure “siamo delusi da te….”, e questo evidenzia quanto i genitori carichino i figli di aspettative e attese circa la loro vita.

Pensano che sia una fase.
Rimane diffuso il credo che l’omosessualità possa essere una fase (il che può essere vero, soprattutto durante l’adolescenza, così come può essere una fase l’eterosessualità).
Dunque il genitore preferisce pensare che il figlio viva una fase e che si convertirà all’eterosessualità in modo definitivo.

Colpa delle brutte compagnie.
Talvolta si ricerca la causa dell’omosessualità del figlio e soprattutto si cerca una responsabilità che in questo caso si cerca lontano, ovvero fuori.
Il figlio viene visto come vittima di un sistema che l’ha traviato e corrotto, per cui è il compagno che ha la responsabilità o la brutta compagnia.

Attribuirsi la colpa.
Reazione molto diffusa è quella del “darsi la colpa”; ovvero i genitori pensano di aver sbagliato qualcosa per cui il figlio è “diventato” omosessuale.
Molte volte dicono: “dove abbiamo sbagliato?”; questo atteggiamento può essere pesante perché porta i genitori ad auto colpevolizzarsi e a crearsi dei pesanti sensi di colpa.

Mandano il figlio dallo psicologo.
Questo atteggiamento era piuttosto diffuso qualche anno fa, oggi molto meno, tuttavia si riscontrano ancora situazioni in cui la famiglia manda il figlio dallo psicologo nella speranza di “correggere” l’orientamento sessuale “sbagliato”.
Ovviamente non serve qui ripetere che non è possibile una conversione di questo tipo per cui, un eventuale sostegno psicologico, può essere utile qualora il figlio viva un disagio rispetto alla propria omosessualità. E’ probabile anche che il sostegno serva ai genitori quando questi abbiano difficoltà col figlio.

Tendenza a negare – dopo che è stato detto non se ne parla più.
A proposito di questo è necessario fare un distinguo tra il caso in cui l’omosessualità del figlio sia nota e il caso in cui non sia nota (questo aspetto verrà affrontano nel capitolo successivo).
Nel momento in cui si rivela, viene a mancare il “beneficio del dubbio” che talvolta i genitori vorrebbero mantenere.
Questo tipo di reazione è molto diffusa ed evidenzia quanto sia difficile parlare e condividere questioni legate all’affettività e alla sessualità del figlio omosessuale.
Dopo che si è appreso questo, al di la della prima reazione, spesso si crea una sorta di silenzio per cui non se ne parla più. E’ una sorta di negazione consapevole che ha la funzione di risparmiarsi l’imbarazzo e la fatica di affrontare un argomento così “difficile”.
Quindi il figlio o la figlia fanno la loro vita ma non se ne parla. Questo atteggiamento rafforza il senso di tabù e l’idea che, di “quella cosa”, sia meglio non parlare.
Tacere un argomento del genere, porta a tacere molti aspetti della vita e può generare una spaccatura nel figlio che crea due livelli di vita: quello che può essere esibito agli altri e quello che va tenuto nascosto.

Disapprovazione – ricatto affettivo.
La disapprovazione è spesso espressa attraverso frasi tipo: “io non sono d’accordo” oppure “non ti accetterò mai”, mentre il ricatto affettivo talvolta passa attraverso espressioni tipo: “tu mi farai morire di dispiacere”.
Spesso viene posto il silenzio, il non parlare più; quindi si affida al silenzio la disapprovazione.
La situazione che passa è la non accettazione e il rifiuto che il figlio può vivere come una ferita.
Non serve dire quanto sia importante per ognuno di noi – soprattutto durante l’adolescenza – avere l’approvazione dei genitori al fine di costruire il proprio sé e la propria autostima.
In questo caso va sottolineato la grande differenza rispetto ai “colleghi” eterosessuali che non si misurano con l’accettazione e l’approvazione della loro eterosessualità da parte dei loro genitori.

Invito a nascondere e a non dire nessuno.
Succede spesso che i genitori, per paura di possibili ripercussioni negative o per imbarazzo, invitino il figlio a non rivelare la propria omosessualità ai vicini, ai colleghi di lavoro e ai parenti.
Ci sono dei casi in cui un genitore, invita il figlio a non dirlo all’altro genitore o agli altri membri della famiglia, creando così una sorta di “segrego” tra loro due.
Questo diventa un ulteriore invito alla clandestinità e alla “doppia vita”.

Vengono poste delle restrizioni.
Qualche volta il figlio – soprattutto se minorenne – viene sottoposto a delle limitazione tipo: “non esci più”, o altro.
Ci sono dei casi in cui le restrizioni sono “forti” e in cui il ragazzo si trova a subire delle “violenze” vere e proprie con la scusa che viene fatto per il suo bene. Questo accentua il senso di colpa e il percepirsi sbagliato da parte del ragazzo che, oltretutto, “non può reagire” nei confronti di chi gli vuole cosi tanto bene e che tenta di salvarlo.
Questi tentativi violenti di redimere il figlio, hanno portato in casi estremi a situazioni di suicidio come è testimoniato nel libro di Paterlini Ragazzi che amano ragazzi (vedere lettera di Verona).

Reazioni positive – reazione di normalità.
Fatto che si verifica sempre di più, è che le famiglie percepiscano come assolutamente normale che il figlio possa essere omosessuale e lo aiutano in tutti i modi.
In questi casi in famiglia si parla della vita affettiva e sentimentale, come fatto normale e spesso il “fidanzato”, il “compagno”, ecc. è accettato come “parte della famiglia”.


5b) Situazioni in cui l’omosessualità non è conosciuta-rivelata in famiglia.

I genitori non hanno idea.
E’ il caso, diffusissimo, in cui i genitori non si pongano neanche lontanamente l’idea che il figlio possa essere omosessuale.
Il loro comportamento pertanto sarà, con ogni probabilità, tale per cui verrà dato per scontato che il figlio sia eterosessuale.

Genitori che aiutano i figli a dirlo.
Succede sempre di più che i familiari percepiscano che il figlio sia omosessuale e cercano di aiutarlo a rivelarlo facendogli capire che può parlare e che loro possono ascoltare ed accogliere quello che ha da dire.

Situazione di non detto – il taciuto.
Avere l’idea (il timore) che il figlio possa essere omosessuale, ma al tempo stesso godere del beneficio del dubbio, è per molti genitori un “sollievo” e un modo per non misurarsi con questo tipo di realtà.
Se non è stata rivelata in modo “ufficiale” ma comunque è percepita, spesso si crea una sorta di “tacito assenso” che mantiene i benefici del dubbio ( “nessuno mi ha detto nulla per cui io non so nulla” ) e questo fa si che sia più leggero sopportarne il peso.
In questi casi i genitori non chiedono o non dicono nulla e, dall’altro, il figlio è libero di fare quello che vuole basta che non dica nulla.

La disapprovazione indiretta.
A volte i genitori percepiscono che il figlio possa essere omosessuale, però il tutto rimane taciuto e succede che disapprovino l’omosessualità all’interno di conversazioni di ordine generale, che possono essere udite dal figlio.
Molti ragazzi riferiscono di aver sentito il padre inveire contro l’omosessualità talvolta con toni molto accesi - usando espressioni tipo: “se avessi un figlio gay lo butterei fuori dalla porta”, quando per loro era comunque chiaro che il padre potesse almeno avere dei motivi per pensarlo.
Questo atteggiamento sembra essere un modo indiretto di disapprovare e di invitare il figlio alla “redenzione”.

6) Cosa succede quando i genitori chiedono e il figlio non è pronto per rivelarlo.

Come detto il figlio aspetta di essere pronto prima di rivelarsi. Talvolta (molto raramente) i genitori pongono delle domande dirette al figlio tipo: “sei omosessuale?” e il figlio può confermare oppure negare. Questa negazione può dipendere dal fatto che il ragazzo si può trovare in una o in più delle seguenti fasi:
-Non ha ancora chiaro qual è il suo orientamento sessuale (fase della confusione);
-E’ nella fase del rifiuto (non voglio essere così, vorrei essere altro);
-E’ ancora in una fase di conflitto (vorrei e non vorrei);
-Ha paura (cosa mi può succedere?);
-Non ha ancora raggiunto quella tranquillità necessaria;
-Non è arrivato il momento per lui giusto per rivelarsi;
-Sceglie di non dirlo e di mantenere riservato questo suo spetto.
Se sussistono le condizioni sopra descritte, il figlio si trova in una condizione di vulnerabilità e, sentendosi “indagato” e “quasi scoperto” e temendo conseguenze spiacevoli, può negare.

Intervento di counseling con i genitori:

Laddove sussista un disagio da parte di uno o entrambi i genitori, è possibile effettuare un intervento di counseling sia a livello individuale che di coppia oppure anche con il figlio per cercare di sciogliere le tensioni e allentare i conflitti.