FAQ - Omosessualità

2 - DOMANDE-RISPOSTE relative ad alcuni aspetti dell’OMOSESSUALITÀ.

2.1 - Perché una persona “diventa” gay? Cioè cosa porta una persona a “sviluppare” un orientamento di tipo omosessuale?

E’ ancora opinione diffusa che l’omosessualità sia determinata da una “causa” - talvolta da un qualcosa che non ha funzionato bene nella vita di una persona - di conseguenza scatta il bisogno di risalire a tale causa. Se invece si parla di eterosessualità non succede mai che ci si domandi “come mai una persona diventa eterosessuale…?”, proprio perché l’eterosessualità è scontata, quindi “necessariamente” di tutti.
Nel tempo molte discipline e molte scienze, hanno tentato di spiegare l’origine dell’omosessualità: la psicologia ha fornito la spiegazione psicologica, la biologia quella biologica ecc., tuttavia ad oggi non si è arrivati ad una risposta univoca e convincente.
Personalmente non ritengo importante stabilire perché una persona è omosessuale, bisessuale o eterosessuale, ma come questa persona si vive.

2.2 - Una persona come fa a capire se è gay o no? Ovvero quali sono gli elementi che portano una persona a riconoscere il proprio orientamento omosessuale?

Se ogni persona fosse lasciata completamente libera di esplorare la propria sessualità e la propria sfera affettiva senza alcun condizionamento esterno, arriverebbe in modo spontaneo a capire qual è il suo orientamento sessuale.
Poiché invece ognuno di noi viene educato “come se fosse eterosessuale” (quindi in qualche modo così “impostato”) e, poiché ognuno di noi subisce direttamente o indirettamente una serie di pressioni sociali, divieti, invito impliciti o espliciti ad essere in un certo modo, una persona omosessuale può aver bisogno di tempo e anche di aiuto, per arrivare a riconoscere in modo chiaro il proprio orientamento sessuale.
Premesso che ogni persona arriva a suo modo a comprendere questo, in genere i due fattori che di più “aiutano a capire” sono: il desiderio sessuale (verso chi mi sento attratto?) e l’innamorarsi (di chi mi innamoro?) anche se questi fattori possono essere vissuti in modo confuso e conflittuale per cui non immediatamente riconoscibili.

2.3 - Cosa succede in una famiglia quando si viene a sapere che il figlio o la figlia è omosessuale?

In una famiglia, la scoperta dell’omosessualità di un figlio o di una figlia, scatena spesso reazioni molto forti e talvolta provoca dolore e sofferenza molto grandi nei familiari che non sono pronti ad accogliere questa notizia. La nostra cultura non “prevede” che una persona possa essere omosessuale e, di conseguenza, non prevede neppure che un figlio possa essere omosessuale.
Ogni famiglia risponde a suo modo: talvolta assumendo atteggiamenti di imbarazzo, vergogna e rifiuto, altre atteggiamenti di accoglienza ed accettazione. Di seguito vengono elencate quelle che sono le reazioni che di più si riscontrano:
-Il fatto viene negato: subito dopo averlo appreso non se ne parla più, come se nulla fosse.
-Pensano che sia una fase: “adesso è così poi passa”, come fosse un’indisposizione passeggera.
-Si chiudono in loro stessi e non vogliono parlarne con nessuno: si vergognano e provano imbarazzo.
-Delusione e sorpresa: “ci aspettavamo altro come il matrimonio i figli, ecc.”.
-Senso di colpa e idea di avere sbagliato qualcosa: “dove abbiamo mancato?”
-Dare la colpa alle brutte compagnie: “è colpa degli altri che lo hanno traviato”.
-Mandano il figlio dallo psicologo per “essere curato”.
-Talvolta pongono delle restrizioni: “non esci più la sera”.
-Si documentano rivolgendosi a circoli, associazioni o cercando informazioni su internet.
-Paura che il figlio-a possa soffrire o possa subire spiacevoli discriminazioni.
Succede sempre di più che le famiglie accettino bene questa realtà o, quanto meno, con meno difficoltà che in passato. Alcuni genitori chiedono aiuto per sé (per superare la loro difficoltà) altri chiedono aiuto per aiutare il figlio se lo vedono in difficoltà.

2.4 - Perché l’omosessualità da così tanto fastidio?

Le spiegazioni di questo fenomeno sono tante e, probabilmente, andrebbero valutate da caso a caso (dipende dunque dal tipo di vissuto di ogni persona). A livello generale si può affermare che l’omosessualità “disturba” perché è legata alla sfera sessuale (nella nostra cultura la sessualità in generale è tabù) e nel particolare rappresenta uno dei tabù sociali e culturali più radicati. Inoltre l’omosessualità “mette in discussione” un sistema che prevede un solo modo di vivere la sessualità, l’affettività e la coppia (quello eterosessuale) soltanto perché propone un’altra possibilità di vivere e di essere.

2.5 - Quanto è diffusa l’omosessualità?

Certamente l’omosessualità è molto più diffusa di quanto non sembri. La maggior parte delle persone non dichiara il proprio orientamento sessuale e questo fa si che l’omosessualità rimanga “invisibile” o quantomeno non evidente.
Secondo i dati dell’organizzazione mondiale della sanità il 5%-6% (alcune fondi citano il 10%) della popolazione mondiale è omosessuale.
Azzardando una stima ipotetica, partendo dalle statistiche sopra evidenziate e prendendo come campione l’intera popolazione italiana, si arriverebbe al seguente risultato:
La popolazione italiana è di circa 58.000.000 di abitanti; applicando le percentuali sopra indicate al minimo (5%) si arriva ad un risultato di 2.900.000 persone ipoteticamente omosessuali.

2.6 - Che cosa implica l’assenza in Italia di leggi che riconoscano e che tutelino l’orientamento sessuale?

Non tratto in questo contesto gli effetti su un piano giuridico prodotti dall’assenza di leggi in Italia che riconoscano e tutelino l’orientamento sessuale e quanto questo crei un “vuoto giuridico” che lascia spazio a discriminazioni e abusi (richiederebbe troppo spazio).
Sottolineo piuttosto quanto questo vuoto sia espressione di una volontà politica (e anche sociale) di negare la condizione dell’omosessualità, e quanto questo atteggiamento possa produrre degli effetti negativi nelle persone omosessuali, bisessuali e trans.
In psicologia la “negazione” è uno dei modi per “difendersi” da un “pericolo”; ciò che spaventa e disturba viene, rimosso, non riconosciuto. Tale difesa si ritrova anche come “fenomeno sociale”, per cui ciò che disturba viene “negato”. Questo atteggiamento può generare malessere nelle persone omosessuali bisessuali e trans che si vedono non riconosciute e confinate nel silenzio.
Una legge che riconosca e tuteli l’orientamento sessuale in modo adeguato, oltre a garantire dei benefici e delle tutele su un piano giuridico, produrrebbe anche il suo riconoscimento e la sua legittimazione:
Questo favorirebbe una migliore accettazione ed integrazione dell’omosessualità proprio perché la persona si sentirebbe legittimata, riconosciuta e garantita anche dalla legge.

2.7 - Perché esistono tante parole per definire l’omosessualità maschile, mentre ne esistono pochissime per definire quella femminile?

In effetti esistono parecchie parole per indicare l’omosessuale maschio (vedere glossario); per dare un’idea vengono elencate di seguito le più usate:
Checca, cula, culattone, deviato, diverso, finocchio, frocio, gay, invertito, pederasta, pervertito, ricchione, rotto in culo, sodomita.
Alcune di queste sono obsolete come sodomita, pederasta e pervertito (quest’ultima era utilizzata per sottolineare l’aspetto “malato” quando l’omosessualità era considerata una malattia). Altre parole sono offensive come ad esempio culattone e frocio, altre invece sono “garbate” come ad esempio diverso.
E’ interessante notare quanto siano numerose le parole offensive e quanto queste possano essere specchio di un atteggiamento di denigrazione e derisione portato avanti nel tempo verso le persone omosessuali al punto da creare un lessico piuttosto ricco.
Per definire l’omosessualità femminine esistono veramente poche parole; infatti oltre alle parole lesbica e saffica-saffista (queste usate raramente), non ne esistano tante altre. Questo evidenzia quanto l’omosessualità femminile sia sempre stata non considerata; infatti se ne parla soltanto da pochi decenni e, probabilmente, è per questo motivo che la “cultura” non ha prodotto altre parole per definirla.